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19 Settembre 2020
Foggia Calcio Storia

Foggia Calcio 100 – La storia del centenario: “La Regiana, squadra de Serie C” (di Domenico Carella)

Foggia Calcio 100 – La storia del centenario: “La Regiana, squadra de Serie C” (di Domenico Carella)

La storia dei cento anni del Foggia Calcio attraverso i libri di Domenico Carella. Puricelli e l’esordio con la Reggiana

[dropcap color=”#” bgcolor=”#” sradius=”0″]I[/dropcap]l Foggia Calcio iniziò il campionato di serie B 1971-1972 giocando contro le formazioni meno quotate dagli osservatori e tra queste la Reggiana, una neopromossa dalla terza serie. All’epoca le squadre non variavano continuamente assetto e rose, come accade oggi nel frenetico calcio delle bandiere ammainate. In quel periodo le squadre retrocesse dalla serie A, mantenendo intatta buona parte dell’organico, potevano inevitabilmente contare su calciatori di serie superiore; chi invece saliva dalla C aveva in organico calciatori di terza serie.

Le premesse per una sonante vittoria c’erano tutte ed il tecnico non mancò di sottolineare le opportunità di successo ai suoi ragazzi nel discorso prepartita. Riunì la squadra all’interno dello stadio emiliano. Con sguardo cattivo ed aria spavalda cominciò il suo discorso, mettendo in mostra una parlantina viziata da una chiara inflessione sudamericana. Rabbaglietti ne ricorda ogni dettaglio: «Ragassi, la Regiana è una squadra de serie C, noi siamo una squadra scesa dalla serie A. Oggi andiamo in campo, gli diamo quattro pere e ce ne torniamo a casa». Il discorso non si chiuse qui.

Dopo aver arringato i suoi con poche e chiare parole, il “vecchio” passò in rassegna l’undici avversario, soffermandosi su un calciatore in particolare: «Ci volle parlare di Giorgio Vignando – ricorda Pirazzini -, un centrocampista possente, un mediano tutto muscoli, che giocò in seguito anche nel Torino. Disse con una smorfia: “Ragassi, questo ha detto alla mamma fammi grande e grosso che a diventar stupido ci penso io”». Puricelli si riferiva alla scarsa capacità di produrre gioco del centrocampista granata. «A dire il vero Hector non parlava mai male degli avversari – sottolinea Trentini -. Lo faceva solo quando doveva pronunciare dei nomi difficili, articolati, delle vere e proprie trappole per un sudamericano come lui. Vignando era uno di questi. Provava a dire il nome due o tre volte e poi partiva con la critica. Poi, prima di entrare in campo sbottava, dicendo: “Ma come farà a giocare uno con un nome così?”».

Al termine di un discorso del genere la squadra era convinta di fare un sol boccone dell’avversario. Forse troppo convinta. Al duplice fischio del primo tempo, dopo una prestazione insufficiente, il Foggia perdeva nettamente per due a zero, grazie anche ad una splendida prestazione di Vignando. Il tracollo, subito nei primi quarantacinque minuti, non smorzò la spavalderia del tecnico. «Al rientro negli spogliatoi – afferma Rabbaglietti – volle tenere un nuovo discorso e disse: “Ragassi, nel primo tempo avete preso solo il caffè. Adesso rientrate in campo e ribaltate il risultato: vinciamo noi”. Dopo pochi minuti di gioco della ripresa il Foggia subì anche il terzo gol. A quel punto un dirigente accompagnatore, seduto al mio fianco in panchina, si alzò e provò a protestare, rivolgendosi verso Puricelli con le braccia larghe. Non riuscì neanche a finire una frase che Ettore lo zittì brontolando: “eh, ecco, mi rompi le scatole pure tu, guarda che non sono mica io quello che sgioca”».

Il pomeriggio non finì con quella frase. Il Foggia subì anche il quarto gol prima del guizzo d’orgoglio di Pavone. Il giovane Peppino era tornato dal prestito-lampo al Torino. Era alle sue prime presenze da titolare di rosa in campionato con la maglia del Foggia. Realizzò un gol per lui molto importante e cominciò a correre verso la panchina esultante. «Ad aspettarlo – conclude Lino- c’era la figura statuaria di Puricelli che dapprima lo guardò con fare severo, poi gli urlò contro una frase smorza – entusiasmo: “che esulti a fare, mica hai fatto gol della vittoria”». Ruvido, vulcanico, anticonformista, ma di certo mai negativo nella sua visione della vita. Puricelli riusciva a non far pesare mai una sconfitta alla squadra, come asserisce Pirazzini: «Perdemmo quella gara per quattro a uno ma non si arrabbiò con noi. Era un grande personaggio».

TRATTO DA: Diavolo di un satanello, Il Castello Edizioni, 2010. AUTORE: Domenico Carella

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Domenico Carella – Comunicatore

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