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28 Settembre 2020
Foggia Calcio

Per i profili di Foggiasport24: Leo Greco, la maglia n° 7 che non aveva “paura di tirare un calcio di rigore”…

[dropcap color=”#” bgcolor=”#” sradius=”0″]“N[/dropcap]ino non aver paura di tirare un calcio di rigore”… arpeggiava Francesco De Gregori in una canzone che ha fatto epoca. Invece tu Leo, forse avresti dovuto «aver paura di tirare quel calcio di rigore».

Perché c’era una sorta di maledizione di Tutankhamon a scontornare spettri sugli undici passi che separano inferno e paradiso. Almeno qui, in Capitanata… da quando Pisseri stregò i battitori infelici in un Foggia-Monopoli che rese ai posteri l’effigie della prima macumba sul dischetto rossonero. Hanno fallito in tanti, l’ultimo Fabio Mazzeo nel concitato finale dello spareggio con il Livorno. “Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore”… e quando l’arbitro Ros ha fischiato il penalty con la Salernitana, l‘eccitazione è stata narcotizzata dall’angoscia.

Chi tira? L’incubo di Pisseri che aleggia. Orgoglioso, fiero. Come lo sguardo limpido di Leandro Greco, il ragazzo istruito all’università dell’epica romana, a San Basilio, “més que un barrio”, più di un quartiere, come il Barcelona è “més que un club”… più di un club. Il Barcellona è stata l’ultima fiammata d’impeto della sua squadra del cuore, la Roma, passata dall’impresa con i blaugrana nella scorsa stagione ai dilemmi dell’incompiuta in questa.

Leo e la Roma, insieme da quando la sua carta d’identità recitava: anni 10. Leo e la Roma. La serie A, la Champions, il gol al Basilea. Leo, la Roma e… Roma, dove ha casa, dove ricovera ansie e ricarica le pile dei sentimenti. Quelli più profondi, perché Leo è uno che vive d’emozioni: “A Cremona mi sono allenato, ha giocato ma mi mancavano le emozioni e le sensazioni che avevo provato qui l’anno scorso”, ha risposto a chi gli chiedeva il perché del suo ritorno a Foggia aggiungendo “(…) è difficile trovare un ambiente che ti dà così tanto in poco tempo”.

In effetti, erano trascorsi appena pochi mesi da quel 9 gennaio 2018 quando il centrocampista vincitore di uno scudetto in Grecia con la maglia dell’Olympiacos si era presentato al popolo dei satanelli, ringraziando la società e Fares, il “Pres” (che sta per «presidente», in un’abbreviazione tipicamente capitolina), e scrivendo con le parole dell’equilibrio l’editto della sua professionalità: “Entro in punta di piedi sapendo che c’è tanto da lavorare”, lui che pure aveva condiviso lo spogliatoio con la «meglio gioventù» di Roma, lui che aveva tratteggiato calcio con Totti e De Rossi.

Veniva da sei mesi d’inattività a Bari ma “(…) non mi voglio creare alibi inutili, non sono abituato”, perché il suo verbo contemplava e contempla (da studioso della “Teoria degli alibi” di Julio Velasco, il guru che ha trasformato la pallavolo italiana in un’oasi vincente) solo impegno e fatica: “La fatica è il ponte tra successo e insuccesso. Ho voglia di fare fatica e sono contento di poterlo fare”, chiosava cominciando a dare concretezza a comportamenti che lo hanno poi trasformato in uno dei leader del gruppo rossonero.

Già, i comportamenti: “(…) Importante non è tanto il modulo quanto l’atteggiamento, i comportamenti, quelli che proponi non solo il sabato (giorno della partita nda) ma durante la settimana, come vieni al campo per allenarti. Quello fa la differenza tra raggiungere un obiettivo o non raggiungerlo.” Parole chiare, efficaci.

Come quelle pronunciate quando c’era il problema stipendi, a marzo, e Leo si è presentato in sala stampa a rispondere alle domande dei cronisti: “Se fossi venuto qui a parlare solo di calcio sarebbe stato irrispettoso.” E ancora: “La nostra responsabilità è il campo e noi abbiamo la percezione che il calcio qui a Foggia va oltre il fatto sportivo, ha anche una valenza sociale importantissima.

Ecco perché nessuno, in fondo, si è meravigliato quando mercoledì Leo ha preso la sfera per sfidare Micai (suo vecchio compagno al Bari) e quegli undici “fottutissimi” metri. Perché proprio Leo ci ha parlato di un concetto a lui caro e che s’incunea perfettamente nel momento Foggia, il concetto dell’«Anti-Fragile»: “L’anti-fragile è quello che nelle difficoltà sa esprimersi al meglio.” Detto, fatto! Era un istante decisivo. La rincorsa, il sinistro… palla da una parte, portiere dall’altra. La maledizione è sconfitta.

Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”, torniamo a De Gregori, alla ballata sulla classe ’68… a Nino. “Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette. Quest’altr’anno giocherà con la maglia numero 7”. Curiosamente, e nemmeno tanto, quella di Leandro Greco.

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