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La firma della “vecchia guardia” sulla vittoria del Foggia calcio con l’Avellino

La firma della “vecchia guardia” sulla vittoria del Foggia calcio con l’Avellino
L’aveva detto Giovanni Stroppa. La gente di esperienza che arriverà dovrà innalzare il livello di quelli che già ci sono. Missione compiuta, almeno a vedere la partita con l’Avellino. Un match quasi surreale, come l’aria satura dei silenzi dello Zaccheria. Un sabato pomeriggio diverso. Spiragli di porte chiuse, o forse meglio… socchiuse. Un clima pesante come un monolite. L’immagine del gigante Noppert cattura sguardi annoiati: è statuario al centro della porta durante le fasi di riscaldamento dei portieri.

«La solitudine dei numeri primi», scriverebbe Paolo Giordano. O meglio, la solitudine dei numeri uno, soprattutto di quelli appena arrivati nella patria del satanello ferito dai provvedimenti dell’Osservatorio. Un confronto strano, di abulica sofferenza nella fase iniziale. Il traghettatore Asencio che trascina verso l’inferno. Un inizio da brividi, come all’andata. Come al Partenio, là dove i rossoneri si risvegliarono dalla sbornia promozione e misero i piedi nelle sabbie mobili della cadetteria.

Il vento però è cambiato, alla stregua del Foggia. O perlomeno così recita la didascalia del mercato invernale. Certo, c’è il ruvido agonismo di Tonucci, il corazziere dalla treccia arrogante; c’è la lucidità geometrica di Greco, il professore dimenticato nella cattedra barese; c’è la sintassi atletica di Kragl, l’hombre del partido a Chiavari. Ma la linea Maginot che evita l’ennesima debacle allo Zaccheria non è innalzata dai rinforzi giunti per volontà del generale Nember, ma da tre ragazzi che nel Foggia calcio hanno radici profonde.

Il dizionario giornalistico li definisce “la vecchia guardia”, il pizzino di Peppino Baldassarre li inserisce nei “centenari” in maglia rossonera. Il campo li premia come i migliori. I nostri migliori, senza presunzione alcuna. Alberto Gerbo ha toccato quota 100 presenze proprio sabato. Un caso del destino pallonaro, perché il trottolino dalla corsa verticale era ai saluti: c’era il Venezia nel suo futuro. Da Stroppa a Inzaghi, due vincenti cresciuti nel Milan degli invincibili.

Ma Giovannino si è opposto. “Toglietemi tutti ma non il mio Gerbo”, titolammo un pezzo della passata stagione su Alberto. Che è rimasto, e complice l’infortunio di Zambelli si è ripreso subito quella fascia destra dove – quando è in giornata – esonda come un fiume eccitato dalle piene. Se n’è accorto l’Avellino, trafitto alle spalle dalle incursioni provocatorie del «25» rossonero. Rigore ed espulsione di D’Angelo: fuori uno. Taglio e assist per Mazzeo: fuori due. Il marchio di Alberto sulla rimonta, la cui anima però è cresciuta dalle parti dei Cavalli Stallone.

Con 195 presenze in maglia Foggia, Cristian Agnelli intravede la Top Ten di sempre. Il capitano è la dedizione sublimata dalla passione viscerale per questi colori. Contro l’Avellino è stato anche il depositario d’intuizioni che hanno elevato la qualità del suo football a livelli spesso solo sperati. Con Greco marcato a uomo, il «4» dei satanelli si è sobbarcato l’onere di distribuire sapienza in mediana e le sue stilettate sono state stavolta precise e decisive.

Come le chiusure del terzo cavaliere della tavola rotonda di Capitanata. Il suo nome è Giuseppe Loiacono, che di partite con i rossoneri ne ha collezionate 165. Contro Molina e soci non ha sbagliato nulla dimostrando un’attenzione massima quando sullo 0-1 ha frustrato un’incursione – che sarebbe stata letale – di Laverone innescato da Asencio. Sette pieno in pagella. Forse anche qualcosa in più per Beppe che ha visto uscire, per la prima volta nel campionato, il collega di reparto Camporese per scelta tecnica. Lui, invece, è restato sul terreno di gioco sino alla fine.

Perché quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. E Giuseppe Loiacono è un duro. E un puro, come puro è il suo affetto per Foggia e il Foggia. Eccoli dunque i tre moschettieri della 2ª vittoria allo Zaccheria, la 2ª di fila dopo quella con l’Entella. Tre giocatori impastati di rossonero che hanno ritrovato brillantezza anche grazie all’arrivo dei nuovi acquisti. Del resto, la concorrenza – come il potere secondo Andreotti – logora solo chi non ce l’ha!

Biografia Autore

Gianpaolo Limardi

Giornalista romano "trapiantato" a Foggia. Ha seguito la Lazio come inviato, radiocronista e commentatore per Radio Flash Roma. Da anni si occupa di serie B e Lega Pro; ha maturato una conoscenza specifica del calcio sudamericano, in particolare di quello brasiliano di cui è grande estimatore, oltre che appassionato. E del quale sente una costante "Saudade".

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