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Baiano compie 50 anni e si racconta a Foggiasport24: “Grazie a tutti i tifosi foggiani per l’amore nei miei confronti”

Baiano compie 50 anni e si racconta a Foggiasport24: “Grazie a tutti i tifosi foggiani per l’amore nei miei confronti”
Cinquant’anni e uno scatto che brucia i ricordi di una vita, una rasoiata nel cuore dell’area di rigore frequentata con la voracità di un predatore che apparecchia il suo pasto. Cicco Baiano compie mezzo secolo e si racconta in esclusiva su Foggiasport24.

Parla di tutto Ciccio, a partire proprio dai suoi primi… 50 anni: “Un traguardo importante”, ci confessa, “arrivati al quale, malgrado io non mi guardi mai indietro, una riflessione va fatta. Ho fatto cose belle da calciatore, adesso spero di farne altre come allenatore. Come detto, non guardo indietro e dunque ora penso al futuro e spero di trovare una squadra da allenare”.

È il momento di riavvolgere il nastro e tratteggiare un’importante carriera da calciatore: “Mi sono tolto tante soddisfazioni. Ci sono state delle tappe fondamentali nella mia vita da calciatore, una di queste è senza dubbio Foggia che rimarrà scolpita nel mio cuore per sempre perché è stata una piazza che mi ha dato la possibilità di potermi far conoscere. Ho trovato delle persone che mi sono state sempre vicine e non posso certo dimenticarle”.

Una carriera lunga, catturata in un’istantanea, anzi due: “Quando abbiamo vinto il campionato a Foggia e poi il debutto in Nazionale che è stato un po’ il coronamento perché quando uno inizia a giocare pensa un giorno di poter indossare quella maglia e rappresentare il proprio paese. Io sono stato fortunato perché ho avuto questa possibilità: gran merito al Foggia e ai compagni di quel periodo. Sono andato in nazionale quando indossavo la maglia del Foggia. Il debutto è stato a Genova contro la Norvegia e abbiamo fatto 1-1, la seconda partita è stata allo Zaccheria contro Cipro. Giocavo ancora di più in casa, è stata un’emozione, perché giocare con la nazionale dove la domenica regali soddisfazioni al tuo popolo è stato per me motivo di grande orgoglio”.

Quel confronto resta un ricordo indelebile nella memoria dello scugnizzo napoletano, con il pubblico dello Zaccheria ad invocarne l’entrata in campo: “È vero, è stato così dall’inizio sino a che non sono entrato in campo”, ha ricordato il «9» di Zeman, “probabilmente sono entrato proprio perché la gente voleva vedermi in campo. Ma per me non contava giocare o non giocare, perché già far parte di quel gruppo della Nazionale era molto ma molto importante”. Sulla panchina dell’Italia c’era Sacchi che in quell’occasione si “sottomise” al volere del pubblico: “Ma sì, non so se sarei entrato in campo se non fossimo stati a Foggia”.

Baiano era un bomber vero, che ha segnato caterve di gol, tra questi uno in particolare lo conserva nel cuore e spiega il perché a Foggiasport24: “Uno dei più belli, che mi piace riguardare perché l’ho fatto con il piede non mio che era il sinistro, è stato quello nel derby con il Bari, un gol che spesso faccio vedere a mio figlio perché siccome lui è un destro e non usa mai il sinistro, io gli dico «vedi se non ci provi… io che non ero un sinistro mi è venuto un gol tra i più belli che ho fatto». Se uno non ci prova è normale che i gol con l’altro piede non li farai mai”.

Ciccio torna ancora sull’importanza della sua esperienza foggiana: “È stata una tappa fondamentale perché venivo da un momento non felicissimo: dopo i 14 gol con l’Empoli, infatti, il Napoli mi diede all’Avellino e lì non feci molto bene. A volermi fu Zeman che cercava un centravanti con le mie caratteristiche. La squadra era già forte perché l’anno prima aveva fatto un girone d’andata disastroso ma poi nel ritorno aveva fatto 38 punti, una cavalcata da promozione. Dato però che nel girone di andata aveva fatti solo 14 punti alla fine erano troppo pochi per andare in serie A.

L’anno dopo arrivai io e con i miei gol, quelli di Beppe (Signori nda) e Rambo (Rambaudi nda), ma in realtà in quella squadra facevano tutti gol, riuscimmo a coronare questo sogno che era la serie A”. Un momento epico per la città, la squadra e Ciccio: “Quando le cose girano bene: vincemmo tre di fila, poi ne perdemmo tre e vincemmo la settima con il Verona in casa con un rigore al 90°. Andai sul dischetto e da lì la cavalcata. Eravamo una squadra giovane e probabilmente avevamo bisogno di quelle tre sconfitte.

Il mio ricordo comunque è quello che ogni domenica noi giocavamo con il 12° uomo, quando si entrava in campo sentivo il terreno tremare, lo stadio Zaccheria era stracolmo, conteneva – non so – 24mila e ce n’erano 30mila, c’era gente anche attaccata ai lampioni della luce. Tante partite le abbiamo vinte perché si giocava in dodici. Giocare allo Zaccheria non è semplice quando lo stadio è pieno, è uno stadio all’inglese, perciò se ci sono 20mila persone ne senti 40mila perché ti stanno attaccati, ti soffiano dietro. Si volava perché avevamo il sostegno della nostra gente”.

Una persona a cui dire «grazie» a distanza di tanti anni? “Senza dubbio il mister (Zeman nda), perché ha avuto il coraggio di puntare su di me in un momento difficile. Probabilmente mi conosceva già da prima, perché c’era già stata una sua richiesta per il Parma quando ero a Napoli, ma a novembre quando andai a Parma lui fu esonerato. Quindi lui si ricordava di come giocavo, ero quello di cui aveva bisogno lui, ovvero un centravanti tecnico e veloce. Così dopo due anni ci siamo re-incontrati a Foggia ed è stato l’uomo che mi ha insegnato tante cose.

Io ero sì bravo con i piedi e veloce ma non vedevo tanto la porta, non avevo mai fatto tanti gol e lui è stato determinante nella mia crescita come giocatore ma soprattutto come attaccante. Come attaccare la porta, come smarcarmi: è stato fondamentale; è normale peraltro che anche i miei compagni di squadra abbiano contribuito perché se io ho fatto tanti gol gran merito va a loro per il lavoro che facevano, lavoro che mi permetteva di arrivare lì e tirare almeno sette otto volte in porta a partita”.

Il percorso di Baiano, tra Foggia, Fiorentina, Derby County, è stato accompagnato dall’incontro con tanti campioni. Chi il più grande? A Foggiasport24, l’ex centravanti risponde così: “Ho giocato a Napoli con il «Dio del calcio», Diego Armando Maradona, un extraterrestre, non era umano. Con lui ho giocato in prima squadra e anche in Coppa Campioni. Ma escluso lui, ho giocato con Signori, un grande bomber come ha dimostrato alla Lazio, con Batistuta, un altro extraterrestre, con Rui Costa. In Inghilterra con il capitano della nazionale croata Stimac. A Napoli anche con Careca, Bagni, Ciro Ferrara e De Napoli, grandi giocatori, tutti nazionali. Però dico che Batistuta, se si toglie Maradona, è stato quello più forte, insieme a Beppe e parlo di attaccanti. Come centrocampisti Rui Costa è stato eccezionale.

Maradona è stato il mio padrino a Napoli: quando ero in Primavera lui veniva a vedere le partite, si metteva dietro la porta, ha spinto tanto perché andassi in prima squadra, mi allenavo con loro e poi tornavo in Primavera. L’anno successivo alla Primavera ho fatto una stagione in prima squadra, sono stato sempre con loro, ho fatto cinque partite ma poi è normale che quando hai davanti gente come Maradona, Careca, Giordano, Carnevale – che era la quarta punta ma giocava in Nazionale – decidi di andare a fare esperienza altrove. Infatti sono andato a Empoli, a Parma, ad Avellino e poi finalmente a Foggia, dove ho trascorso due anni che mi hanno fatto conoscere al grande palcoscenico del calcio. Quando sono andato via da Foggia avevo squadre importanti che mi seguivano. Avevamo chiuso con il Milan che mi appoggiò alla Fiorentina. A giugno preferii restare a Firenze perché volevo giocare e non guardare. Se avessi voluto guardare sarei stato a Napoli con quei campioni che c’erano lì”.

Dal passato al presente, Baiano e il Foggia di oggi: “L’ho seguito in «C», adesso in «B» e spero un giorno di rivederlo in A. La squadra di quest’anno all’inizio ha pagato lo scotto della categoria, c’erano tanti giocatori inesperti per questo campionato che è molto difficile. Una volta assestato, ha fatto alti e bassi e con il mercato di gennaio la squadra è stata rinforzata e adesso sta facendo cose importanti. L’altro giorno sentivo il direttore che diceva che la forza era stata quella di tenere l’allenatore nei momenti difficili: penso che abbia detto una cosa giusta.

Penso che Stroppa sia un allenatore molto preparato che ha avuto la difficoltà di avere in mano un gruppo che per la maggior parte non conosceva la categoria. La forza di una società è tenere l’allenatore anche se non ci sono i risultati perché ti rendi conto vedendolo lavorare durante la settimana che il problema non è lui ma è la squadra che va rinforzata. Oggi bisogna fare un passo alla volta perché la «B» è un campionato che ti dà illusioni: non appena pensi di stare su prendi delle batoste e ti ritrovi a lottare per non retrocedere.

Penso che occorra andare per step in «B»: il Foggia è partito per salvarsi e il primo obiettivo deve essere quello. Una volta raggiunto il traguardo e ci sono partite da giocare l’asticella si alza e puoi pensare di arrivare a fare i playoff. Ma prima bisogna pensare alla salvezza e poi ad altro. La squadra ha dato segnali molto importanti, come vincere a Palermo, dove ha acquisito la consapevolezza di poterci stare e bene in questa categoria. Però mai alzare la testa, bisogna lavorare a testa bassa sino a che non raggiungi il tuo obiettivo minimo e poi puoi pensare ad altro”.

Da bomber a bomber, Foggiasport24 raccoglie il giudizio di Baiano su Mazzeo: “Mi piace tantissimo e mi chiedo come questo giocatore non abbia giocato in serie A tanti anni, perché vedo tanti altri in serie A che non hanno le sue qualità. Non ho la fortuna di conoscerlo e perciò e mi limito a guardare le sue prestazioni e dico che è un giocatore straordinario”.

50 anni per Ciccio, 50 anche per Beppe Signori la settimana scorsa: “Quando si parla di attaccanti, per raggiungere certi risultati devi essere un amico. Come trio, perché noi davanti eravamo in tre, avevamo un bellissimo rapporto sia fuori sia dentro il campo. Così tutto diventa più semplice, non ci sono gelosie e attriti, uno gioca per l’altro. Noi ci siamo presi subito a pelle, ci si divertiva anche se si lavorava tanto perché Zeman ti faceva vedere veramente i fantasmi. Però noi stavamo bene insieme, ci si divertiva insieme, scherzando e ridendo e questo si trasferiva sul campo e bastava veramente uno sguardo per capire l’altro cosa volesse fare. Diventava tutto più semplice, vuoi perché una domenica faceva gol uno e la domenica dopo l’altro, oppure facevamo gol tutti e tre: non avevamo gelosie anzi era una gioia quando l’altro faceva gol”.

I 50 anni meritano comunque una festa: “Festeggerò tranquillamente con la famiglia, ho invitato a cena dei carissimi amici e festeggeremo insieme questi 50 anni. Io non festeggio mai il compleanno ma siccome mia moglie mi ha detto che è un traguardo importante è giusto festeggiarli come amici e cari. Ho una figlia grande di 24 anni e un figlio che ha 13 anni: a lui dico sempre di divertirsi, poi il tempo dirà. Ma non parlo mai di mio figlio, io penso che in questo momento a 13 anni si deve divertire, poi quello che deve succedere, succederà”.

In chiusura di questa lunga intervista a Foggiasport24, c’è ancora un momento di emozioni vere. Che dire ai tifosi del Foggia? “Grazie per tutto l’affetto e l’amore che mi hanno dimostrato quando ero lì. Mi sono sentito sempre uno di loro e ho cercato di dare più soddisfazioni possibili a questa gente che a me ha dato tanto anche nei momenti difficili quando mi è stata accanto, ha creduto in me ed io ho cercato di ripagarli facendo i gol. Ma i grandi sacrifici li facevano i tifosi che non ci hanno mai abbandonati e fatti sentire da soli anche quando si andava a Torino e Milano e dovevano fare ore e ore di treno e di pullman. Perciò dico grazie per quegli anni e spero un giorno, chissà, di venire a Foggia in un’altra veste”. E allora: “Arrivederci a presto, bomber!”

Biografia Autore

Gianpaolo Limardi

Giornalista romano "trapiantato" a Foggia. Ha seguito la Lazio come inviato, radiocronista e commentatore per Radio Flash Roma. Da anni si occupa di serie B e Lega Pro; ha maturato una conoscenza specifica del calcio sudamericano, in particolare di quello brasiliano di cui è grande estimatore, oltre che appassionato. E del quale sente una costante "Saudade".

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