«Io e il Mundial perduto, ma Valcareggi credeva in me»

«Io e il Mundial perduto, ma Valcareggi credeva in me»

L’ex foggiano si racconta nel libro di Carella «Gianni Pirazzini. Una vita da capitano»

FOGGIA – A Foggia è stato presentato il libro Gianni Pir4zzini, intervista all’ex capitano del Foggia raccolta da Domenico Carella. Eccone uno stralcio.

IL TESTO – Gli anni ’70, la prima promozione in serie A, il matrimonio, la famiglia… Quello è stato sicuramente uno dei periodi più belli della mia carriera. Il sole splendeva e il cielo era tinto di azzurro. Già, l’azzurro. Il colore della maglia della Nazionale, sogno di ogni bambino che inizia a tirare calci al pallone, chimera che ho sempre inseguito fino a toccarla con mano, senza mai riuscire ad afferrarla. Il mio rapporto agrodolce con la maglia azzurra iniziò inaspettatamente alla fine del campionato 1969-1970.

Era metà maggio, il Foggia aveva la promozione in serie A in tasca e io pregustavo sfide stellari contro i grandi campioni del nostro calcio. Un pomeriggio mi chiamò la società, forse il segretario Iannantuoni, per annunciarmi: «Gianni, prepara il passaporto e fai le visite mediche, la Nazionale Italiana ci ha chiesto la tua documentazione ». Ero tra i pre-allarmati per Messico ’70. Fu una gioia immensa: io, ragazzo di provincia, calciatore di una società di serie B, chiamato dal CT della Nazionale. Mi recai subito dal fotografo Pipino per le foto necessarie al passaporto, feci le visite mediche ma non pubblicizzai la cosa. Sapevo benissimo che non avrei potuto salire sull’aereo che avrebbe condotto gli azzurri a disputare quell’Italia-Germania 4-3, ma rimasi sinceramente soddisfatto dell’attenzione che mi era stata rivolta. Mentre seguivo da casa le partite di quel mondiale pensavo che forse un libero sarebbe servito a quella squadra, tant’è che fu inventato in quel ruolo Cera, mediano del Cagliari. Ma non me ne rammaricai e tifai normalmente Italia durante la competizione, guardando le partite alla tv con i miei amici di sempre, Garzelli, Trentini e altri. Al contempo capii che l’occasione persa quel giorno si sarebbe ripresentata di lì a breve. Era la stagione 1973-1974 ed il Foggia puntava alla salvezza in serie A. Eravamo tra i protagonisti di quella stagione, l’autentica sorpresa del campionato, al punto che tutti i giornali, all’indomani della vittoria sulla Fiorentina del 17 febbraio 1973 (2-1), titolarono che ero in odore di Nazionale. Le voci diventarono più insistenti la settimana successiva, a poche ore dalla partita amichevole contro l’Inghilterra. Già, proprio quell’Inghilterra-Italia 0-1, gol di Fabio Capello. Ricordo benissimo un titolo: A Wembley la novità sarà Pirazzini. Tutte le testate riportavano il mio nome. Lessi l’articolo del Corriere dello Sport in cui si diceva: «Per il gioco palla alta degli inglesi serve uno come lui, forte di testa ». Cominciai a credere veramente nella convocazione, tanto più che all’Italia serviva un libero. Furono per me ore di trepidante attesa, poi, all’improvviso, arrivò notizia della convocazione di Caporali del Torino. Non la presi bene perché la geografia politica del calcio contò molto in quell’occasione. In campo il libero lo fece addirittura Facchetti. Io ero lì, davanti al televisore e pensavo: «In campo potevo esserci io! Con tutti quei cross avrei svettato nel gioco aereo», e pensai amaramente: «Se avessi giocato a Wembley non sarei più uscito dal giro della Nazionale». Da quel giorno il sogno azzurro rimase chiuso per diversi mesi nel cassetto. L’ultima occasione arrivò improvvisa all’inizio della stagione 1974-1975. Ero a Piancastagnaio e approfittando della giornata di riposo del lunedì, andai con mia moglie a visitare un mobilificio che adocchiai durante un ritiro. Nel primo pomeriggio mi arrivò in albergo la chiamata del segretario Cifarelli: «Gianni, non tornare a Foggia, sali in macchina e vai subito a Roma, sei stato convocato per un raduno della Nazionale. Io parto adesso e ti porto tutto l’occorrente per giocare». Si trattava di uno stage di quattro giorni, indetto dall’allora commissario tecnico Fulvio Bernardini, allo scopo di valutare e selezionare gli azzurri del futuro. Quando arrivai nella capitale trovai Riva, Prati, Albertosi… era una Nazionale fortissima composta da campioni da togliere il fiato. In albergo mi consegnarono la tuta e il completo da gioco. Lo indossai senza indugio. Mi posizionai davanti allo specchio e iniziai a pensare: «Guarda dove sei arrivato Gianni!». Non credevo ai miei occhi, ero vestito d’azzurro con il tricolore sul petto. Ci allenammo per alcuni giorni, poi concludemmo i lavori con un’amichevole in famiglia. Al momento di chiudere i bagagli misi la tuta in borsa ma non la maglietta. Mi vergognai come un ladro di portarla via ma probabilmente commisi un errore, perché per tutti gli altri era un’usanza consolidata. Mentre rientravo a Foggia pensai che quello stage fosse un contentino per il torto subito l’anno prima e ne ebbi la conferma diverso tempo dopo. Quando appesi le scarpe al chiodo e diventai direttore sportivo incontrai il figlio di Valcareggi, all’epoca procuratore; lui mi disse che il padre avrebbe sempre voluto portarmi con sé in Nazionale ma di non esserci mai riuscito per pressioni provenienti dall’alto. Fa niente, acqua passata. Mi godo il Foggia (con la cui maglia ho fatto una carriera che ancora oggi stento a credere) e i suoi splendidi tifosi. Sono loro che quando mi incontrano tutt’oggi per strada mi fermano per dirmi che avrei meritato l’azzurro. Questa è la mia Nazionale.

fonte: Domenico Carella – Il Corriere del Mezzogiorno

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