L’irresistibile fascino dell’Italrugby

L’irresistibile fascino dell’Italrugby

Sabato l’Italrugby giocherà la terza partita del Sei Nazioni 2014, la prima in casa dopo le due sconfitte in Francia e Galles. E come nelle edizioni precedenti, l’atmosfera allo stadio Olimpico di Roma sarà di grande festa: tutto esaurito non lontano e con tanti spazi all’esterno con cui i tifosi possono ingannare l’attesa del calcio d’inizio.
Puntualmente ogni anno si ripropone la stessa questione, soprattutto tra chi non segue il rugby: come fa una squadra che non ha chance di aggiudicarsi il torneo e, quando va bene, vince una partita su cinque a richiamare sempre così tanto pubblico e così tanta attenzione mediatica? Perché per la Nazionale, al di là della semplice moda, non è così difficile richiamare 20mila, 30mila o 50mila persone a seconda della capienza dello stadio nonostante non sia espressione di uno sport radicato nel nostro costume? Proverò a dare qualche risposta.

Non sono un grande esperto di questo sport ma lo seguo da tanti anni perché lo trovo estremamente affascinante in tanti aspetti: ad esempio il sostegno – cioè il supporto al giocatore che ha la palla in mano  – prima ancora che un’azione è un’idea che racchiude meravigliosamente il senso di gioco di squadra. Credo che come me molti altri guardino al rugby con questi occhi. Ed è una prima spiegazione del perché l’Italia faccia di frequente il pienone.

Un’altra è racchiusa nella maglia azzurra, con la quale ognuno di noi amoreggia. Non c’è nulla, non solo nello sport, che attragga ed emozioni un italiano come un suo connazionale tinto d’azzurro che gareggia contro lo straniero. Sarà retaggio del nazionalismo o del campanilismo, sarà quello che vi pare ma è così. Chi non è appassionato ferreo non va a vedere la Benetton piuttosto che le Zebre, ma alla Nazionale si interessa perché c’è quel colore che ci dà brividi sempre. E va dato atto alla Federazione di aver costruito sul fascino e sul valore della maglia un’operazione di marketing – che richiama anche sponsor importanti e influenti nel mercato pubblicitario – molto efficiente: un’operazione dalla quale molti dovrebbero imparare.

Altro aspetto da non sottovalutare: l’Italia gioca in casa 5 o 6 partite all’anno, ovvero 2 o 3 del Sei Nazioni e 3 a novembre. E sempre contro grandi nazionali. Appuntamenti così diradati e così di livello nell’anno solare permettono più facilmente di creare l’Evento attorno alla partita. Se gli U2 o i Muse si esibissero tre volte a settimana, dopo un po’ le idee brillanti sullo spettacolo finirebbero e l’affluenza ne risentirebbe. Anche per una questione economica: spendere soldi per viaggio e biglietto un numero così ridotto di volte non è una spesa insostenibile.

Aggiungete anche che, al di là della battaglia interna nella palla ovale italiana sui numeri dei tesserati, chi gioca a rugby o chi lo segue per passione è molto legato al proprio sport e a quello che rappresenta. Senza voler essere blasfemi, il rugby è una religione e i suoi devoti sono fedeli in tutto e per tutto. E se c’è da muoversi per vedere l’Italia sfidare i maestri inglesi piuttosto che gli All Blacks non c’è problema: macchina, treno o pullman e via andare.

Infine torniamo alla domanda iniziale: una squadra che non vince attira come nessun’altra “perdente”. Eppure noi italiani non siamo così: il secondo spesso è il primo degli ultimi e se non alzi una coppa o prendi una medaglia sei un fesso che avrebbe fatto meglio a stare a casa. Trovo questo ragionamento del tutto insensato, semplicistico e irrazionale perché, oltre ad inquinare l’indispensabile e legittima critica sportiva, tralascia l’aspetto più importante dello sport: l’essere un momento di festa e di divertimento, per chi lo fa e per chi lo guarda. Ed è con questo spirito che chi è spettatore dell’Italrugby si approccia alla partita. Poi se si perde siamo tutti arrabbiati, i giocatori in primis che lavoreranno più duramente per andare se serve oltre i propri limiti: ma non si perde quasi mai nella palla ovale il concetto di Festa.

E poi come facciamo noi foggiani a non appassionarci a questo sport quando il recordman di presenze in azzurro posta questa foto?

locicero

Dario Ronzulli

Biografia Autore